L’INPS FINO IN CASSAZIONE CONTRO I LAVORATORI. CHI PAGA?

Monza -

L’Istituto Nazionale Previdenza Sociale è l’unico ente pubblico che pretende che i suoi dipendenti, qualora osino esercitare il diritto di partecipare ad un’assemblea giornaliera, debbano poi scontare il castigo di trattenersi in servizio nei giorni successivi per 30 minuti in più. Secondo l’INPS, siccome per avere diritto al buono pasto bisogna osservare 30 minuti di pausa, trova giustificazione la pretesa.
Una pretesa che nessun altro sindacato, nè “firmaiolo”, né “ricorsaiolo”, ha sentito il bisogno di contestare all’Amministrazione. Solo l’USB ha riconosciuto l’ennesima angheria gratuita ai danni dei Lavoratori e ha portato l’Istituto in tribunale!
 
Come si può trasformare una “pausa” in un debito orario?
Come può un “periodo di assenza obbligatoria dal lavoro” diventare una “obbligo di trattenersi al lavoro”?
Ammettiamo di essere umani e non riuscire a comprendere l’incomprensibile.
Ma la cosa è sembrata anche al Giudice così illogica che sia in primo grado a Monza (http://agora.inps.it/files/app#/file/cd9cfe72-e110-4ef5-992f-7794f21d9f83), che in appello a Milano (http://agora.inps.it/files/app#/file/7b80f20c-30d8-4611-9803-c0393340fc28) non ha trovato altra plausibile ragione che un evidente esercizio di attività antisindacale volta a scoraggiare o punire la partecipazione alle Assemblee, condannando l’INPS e addebitandogli le spese legali.
Nonostante questo l’INPS ha deciso di impugnare le sentenze in Cassazione!
In termini giuridici, portare fino alle estreme conseguenze un contenzioso legale si chiama “lite temeraria”. E’ un comportamento che, se ha ricadute economiche sulle risorse pubbliche, può essere sanzionato dalla Corte dei Conti.
Visti i precedenti, è un comportamento coerente con precedenti che può vantare chi ha dato mandato ai legali INPS di opporre resistenza legale in primo e secondo grado (vedi condanna per danni della Conte dei Conti sezione Calabria: http://www.studiolegaleriva.it/public/corte-conti-74-05, nonché quella per attività antisindacale del tribunale di Torino: https://sivemp.it/wp/wp-content/uploads/2018/11/511_sentenza_inps_2010.pdf o del Tribunale di Monza: https://www.ilmiogiornale.org/monza-il-tribunale-condanna-linps-per-comportamento-anti-sindacale/ ).
Ma il ricorso in Cassazione per rivendicare l’assurda pretesa dei 30 minuti, che riteniamo un sopruso ingiustificato e fine a stesso, è stato firmato dallo stesso Direttore Centrale delle Risorse Umane dell’INPS!

Possiamo quindi affermare serenamente che la filosofia che guida la politica dei vertici dell’Istituto nella gestione del personale si trova compiutamente espressa nel sonetto del Belli intitolato “Li soprani der monno vecchio” ( il cui testo è riportato, con tanto di traduzione in italiano, al seguente indirizzo: http://giulianoquattrone.blogspot.com/2010/03/interpretazioni-de-li-decreti-e-daltro.html ).
Portare tutte le cause promosse dai dipendenti contro l’Istituto fino all’estremo giudizio è una prassi della nostra Amministrazione che incide sulle casse dell’Istituto, che ad ogni grado di giudizio in cui perde vede alzarsi il prezzo delle spese legali a cui è condannato. Ma tale prassi non ha alcuna conseguenza economica a carico di chi promuove le “liti temerarie”, non essendoci una Corte dei Conti che può condannare i dirigenti che sbagliano. L’effetto perverso e scandaloso di tutto ciò è che ogni causa persa dall’INPS diminuisce le risorse economiche, da cui si attingono i finanziamenti per il fondo d’ente.
 
Per questo, anche quando vincono, i lavoratori che portano l’amministrazione in giudizio ne pagano indirettamente il prezzo!
Denunciamo con forza questo scandalo!
 
E mentre attendiamo anche la positiva sentenza di Cassazione, invitiamo tutti i colleghi, che hanno subito in questi anni l’odiosa trattenuta per la partecipazione ad un’assemblea giornaliera, a presentare una richiesta formale di restituzione dei 30 minuti.

USB INPS Monza

 

In allegato a questo comunicato si riporta uno schema di testo che può essere preso a riferimento. Il tutto per costituire un atto di interruzione formale dei termini prescrizionali e quindi impedire alla strategia dilatoria dell’Amministrazione di riconoscere, dopo la positiva sentenza di Cassazione, la restituzione del maltolto a tutti, non solo ai ricorrenti in giudizio.