IL SEME DI GENOVA

Comunicato n. 25/11

Roma -

In questi ultimi mesi è praticamente riemerso all’improvviso l’inestimabile tesoro che, per circa dieci anni, si era inabissato.

Dopo il G8 di Genova nel 2001 e le successive manifestazioni spontanee contro la guerra in Irak nel 2002 (chi non ricorda l’attesa e sbandierata nascita del “quarto sindacato”?), in molti e forse troppi si sono affidati ad un ineluttabile avvicendarsi delle stagioni, osservandole, analizzandole e magari criticandole, ma sempre solo da spettatori indifferenti e anestetizzati. Quasi mai vissute da protagonisti sia pur con le dovute eccezioni (NO TAV - NO Dal Molin), senza riuscire a spiccare il volo. Quello che invece è accaduto con i referendum del 12 e 13 giugno scorsi (e prima ancora con tutte le mobilitazioni che li hanno preceduti) è il ritorno sulla scena da protagonista del senso di responsabilità individuale nelle scelte collettive. In una parola, la saggezza del cittadino chiamato a difendere i beni comuni e a decidere, finalmente, su ciò che è giusto e conveniente non per sé ma per la società intera. I quattro inequivocabili SI (che troppo in fretta qualcuno vuole farci dimenticare) sono il frutto di un lavoro paziente e ostinato, silenzioso e sotterraneo, partito da lontano. Ma anche di una palese stanchezza.

Siamo, infatti, arrivati ad un punto di mercificazione così elevato della nostra vita che anche le relazioni personali sono diventate nel tempo come i prodotti studiati e programmati da sostituire di volta in volta alla velocità della luce. Rapporti che muoiono all’alba come prodotti da supermarket, per l’accelerazione del consumo. Con i referendum è stato posto uno STOP a tutto questo ed è stato detto a chiare lettere BASTA a questa continua corsa verso una super produttività senza senso, mentre si è ridato linfa a parole che sembravano ormai appassite, come dignità, giustizia, responsabilità e trasparenza.

Parole che invece fortunatamente erano state intatte serbate dentro. Cosicché il soffio si è trasformato in vento e la leggera brezza in un uragano impetuoso che, partendo dal basso, ha utilizzato i nuovi strumenti della Rete ed i social network per aggregare. Che non si è accontentato delle risposte sempre uguali dei potenti e che ha recuperato la virtù democratica per eccellenza: la disobbedienza civile di Aprilia e di tutte quelle comunità montane che hanno saputo e voluto dissentire… Per non fare inabissare di nuovo questo movimento, perdendo così le potenzialità che potrebbe sprigionare, va innanzi tutto compreso come funziona, che rapporto ha con le strutture già organizzate e quali sono i tratti che lo contraddistinguono, a partire da una nuova etica di sviluppo e salvaguardando la sua autonomia.

La vittoria referendaria è stata giustamente commentata come la “proclamazione della vita contro l’idolatria della finanza” i cui unici valori restano quelli quotati in Borsa. Con tutti gli annessi e connessi, le instabilità e le ripercussioni che viviamo in questi giorni.

Ignorare le legittime richieste che provengono dalla base e mettere il silenziatore a quella voglia di cittadinanza ordinaria che è straripata dalle urne, vorrebbe dire ostinarsi a curare i propri squallidi e meschini interessi senza possibilità di appello ed è questo, francamente, un lusso che il nostro Paese ora non si può consentire.

 

 

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